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Prevenire il danno renale acuto in radiologia e chirurgia vascolare: cosa deve prevedere un percorso europeo

Scritto da Angiodroid | Sep 17, 2026, 2:30:16 PM

Il danno renale acuto, o AKI (Acute Kidney Injury, danno renale acuto), è una delle complicanze più rilevanti dopo procedure con mezzo di contrasto iodato, soprattutto nei pazienti con malattia renale cronica, diabete, scompenso cardiaco, disidratazione o età avanzata.

Le raccomandazioni europee non indicano di evitare automaticamente il contrasto iodato. Indicano invece di valutare il rischio, adottare misure preventive proporzionate e misurare gli esiti dopo la procedura.

Un percorso realmente efficace non si limita alla scelta del mezzo di contrasto: comprende diagnosi, selezione del paziente, protocollo procedurale, monitoraggio e audit.


1. Quali standard diagnostici adottare prima della procedura?

Prima di un esame o di un intervento con possibile esposizione a contrasto, il team dovrebbe documentare almeno:

  • Creatinina sierica e eGFR (estimated Glomerular Filtration Rate, velocità di filtrazione glomerulare stimata), preferibilmente ottenuto con equazioni validate come CKD-EPI;
  • storia di malattia renale cronica, precedente AKI, dialisi o trapianto renale;
  • diabete, insufficienza cardiaca, ipotensione, sepsi e disidratazione;
  • farmaci potenzialmente rilevanti, come antinfiammatori non steroidei e altri medicinali che possono aumentare il rischio in condizioni specifiche;
  • precedenti reazioni al mezzo di contrasto iodato, distinguendo una reazione allergica da un evento renale;
  • tipo e urgenza della procedura, via di somministrazione e volume di contrasto previsto.

Secondo le raccomandazioni ESUR (European Society of Urogenital Radiology, Società Europea di Radiologia Urogenitale), una particolare attenzione è generalmente richiesta nei pazienti con eGFR inferiore a 30 ml/min/1,73 m² per contrasto endovenoso e nei pazienti con eGFR inferiore a 45 ml/min/1,73 m² quando è prevista un’iniezione intra-arteriosa con possibile primo passaggio renale. Le soglie devono essere interpretate nel contesto clinico, soprattutto in urgenza.


2. AKI, CA-AKI e CIN: quali termini usare?

Il termine CIN (Contrast-Induced Nephropathy, nefropatia indotta dal contrasto) è oggi usato con maggiore cautela, perché dopo una procedura possono intervenire molte cause di peggioramento renale.

È preferibile distinguere:

  • CA-AKI (Contrast-Associated Acute Kidney Injury): AKI che compare dopo l’esposizione al contrasto, senza dimostrare necessariamente che il contrasto ne sia la causa;
  • CI-AKI (Contrast-Induced Acute Kidney Injury): AKI attribuibile al contrasto dopo aver escluso, per quanto possibile, altre cause.

I criteri KDIGO (Kidney Disease: Improving Global Outcomes) definiscono l’AKI, tra gli altri parametri, come un aumento della creatinina sierica di almeno 0,3 mg/dl entro 48 ore oppure a 1,5 volte il valore basale entro 7 giorni, con possibili criteri basati sulla diuresi.


3. Quali misure preventive sono raccomandate?

La prevenzione deve essere personalizzata e documentata. In genere comprende:

  • correzione della disidratazione, quando clinicamente appropriato;
  • uso della dose minima di contrasto iodato necessaria per ottenere un risultato diagnostico o terapeutico adeguato;
  • preferenza per mezzi di contrasto iodati a bassa o iso-osmolalità nei pazienti a rischio, secondo protocollo locale;
  • evitare esami contrastografici non indispensabili ravvicinati;
  • idratazione con soluzione salina nei pazienti selezionati, valutando il rischio di sovraccarico nei pazienti con scompenso cardiaco o insufficienza renale avanzata;
  • rivalutazione dei farmaci e delle condizioni cliniche secondo le indicazioni del medico responsabile;
  • adozione di strategie contrast-sparing o Zero Contrast quando l’anatomia e la procedura lo consentono.

La N-acetilcisteina non è considerata una misura sostitutiva dell’idratazione e delle buone pratiche procedurali. Anche la profilassi farmacologica deve essere valutata secondo linee guida aggiornate e protocolli del centro.


4. Quando valutare la CO₂?

La CO₂, o anidride carbonica, può essere considerata un’alternativa o un complemento al contrasto iodato in diverse procedure vascolari sotto il diaframma, in particolare nei pazienti con elevato rischio renale o precedente reazione al contrasto iodato.

Non è però una soluzione universale. La CO₂ non deve essere utilizzata per l’angiografia arteriosa cerebrale o coronarica e richiede una valutazione specifica in presenza di shunt cardiaci destro-sinistri, ipertensione polmonare significativa, grave broncopneumopatia o altre condizioni indicate nelle istruzioni d’uso e nei protocolli specialistici.

La qualità dell’imaging dipende dall’anatomia, dal distretto, dalla posizione del paziente, dalla tecnica e dall’esperienza dell’équipe. Per questo un percorso CO₂-first deve includere formazione, criteri di conversione al contrasto iodato e una gestione chiara delle situazioni non ottimali.

Un iniettore automatico e digitale, come il sistema Angiodroid Made in Italy, può contribuire a rendere il workflow più controllato, ripetibile e tracciabile. La tecnologia non sostituisce il giudizio clinico: lo supporta all’interno di un protocollo validato.


5. Come monitorare AKI e CA-AKI dopo la procedura?

Un audit utile dovrebbe prevedere un valore di creatinina pre-procedurale e un controllo post-procedurale nei pazienti a rischio, in genere entro 48-72 ore quando clinicamente indicato. Nei pazienti ospedalizzati è importante registrare anche la diuresi e gli eventi clinici intercorrenti.

Il registro dovrebbe includere:

  • numero totale di procedure con contrasto iodato, CO₂ o approccio combinato;
  • eGFR e classe di rischio iniziale;
  • volume di contrasto iodato in millilitri e rapporto contrasto/eGFR, se previsto dal protocollo;
  • dose di radiazioni e durata della procedura;
  • percentuale di procedure CO₂-only, CO₂-first e contrast-sparing;
  • incidenza di AKI secondo criteri KDIGO;
  • necessità di dialisi, ricovero in terapia intensiva, complicanze e mortalità intraospedaliera;
  • giorni di degenza, riammissioni a 30 giorni e costi diretti;
  • eventuali conversioni dalla CO₂ al contrasto iodato e motivazione clinica.

Una formula semplice per l’incidenza è: nuovi casi di AKI entro la finestra definita dal protocollo / numero di procedure valutabili × 100. È essenziale dichiarare la finestra temporale, il denominatore e i criteri diagnostici; altrimenti i dati di strutture diverse non sono confrontabili.


6. Qual è l’impatto su costi e giorni di ricovero?

L’AKI è associata a maggiore durata della degenza, più esami di laboratorio, maggiore impiego di risorse, rischio di riammissione e, nei casi gravi, necessità di terapia sostitutiva renale. Gli studi osservazionali mostrano un’associazione consistente tra AKI e aumento dei costi ospedalieri, ma l’entità varia in base a gravità, comorbilità, procedura e sistema sanitario.

Per evitare stime generiche, una direzione sanitaria dovrebbe costruire un’analisi prima-dopo o un confronto tra coorti, misurando:

  • costo medio per procedura;
  • costo dei consumabili e del contrasto;
  • giorni medi di degenza;
  • costo delle complicanze renali;
  • riammissioni entro 30 giorni;
  • costo della formazione e dell’implementazione del nuovo protocollo;
  • risparmio potenziale associato alla riduzione del contrasto iodato e delle complicanze.

Il beneficio economico di una strategia CO₂-first non deve essere dichiarato in astratto: va dimostrato con dati locali, indicatori clinici e un periodo di osservazione adeguato.


7. Cosa inserire in un capitolato tecnico?

Un capitolato per un sistema di angiografia con CO₂ dovrebbe valutare almeno:

  • conformità al Regolamento europeo sui dispositivi medici MDR 2017/745 e marcatura CE applicabile;
  • identificazione univoca del dispositivo, tracciabilità dei lotti e gestione dei consumabili;
  • documentazione tecnica, analisi dei rischi secondo ISO 14971 e informazioni per l’uso in lingua italiana;
  • controllo dei parametri di iniezione, ripetibilità e registrazione dei dati procedurali;
  • compatibilità con angiografi e workflow esistenti;
  • barriere contro errori di connessione, contaminazione e utilizzo non conforme;
  • piano di manutenzione preventiva, assistenza tecnica e tempi di intervento;
  • formazione iniziale, aggiornamento periodico e affiancamento durante i primi casi;
  • indicatori di risultato: riduzione del volume iodato, percentuale di procedure CO₂-first, tasso di AKI, conversioni, tempi procedurali e soddisfazione degli operatori;
  • requisiti di cybersecurity e gestione degli accessi, quando il dispositivo è connesso a reti o sistemi informativi;
  • piano di valutazione clinica ed economica a 6 e 12 mesi.

Il capitolato dovrebbe separare i requisiti normativi obbligatori dai criteri premiali, come training avanzato, supporto all’implementazione, interoperabilità e disponibilità di dati real-world.

La prevenzione dell’AKI non è un singolo prodotto né una singola prescrizione. È un percorso misurabile che unisce selezione del paziente, diagnosi, tecnica procedurale, formazione e analisi degli outcome.

Per radiologia interventistica, chirurgia vascolare e direzioni sanitarie, il passo successivo è definire un protocollo condiviso, stabilire una baseline locale e verificare se una strategia CO₂-first consente di ridurre l’esposizione allo iodio senza compromettere sicurezza, qualità dell’immagine e risultato clinico.

Fonti di riferimento: ESUR Contrast Media Safety Committee, linee guida sulla sicurezza dei mezzi di contrasto; KDIGO Clinical Practice Guideline for Acute Kidney Injury; Regolamento europeo MDR 2017/745; raccomandazioni e documenti scientifici aggiornati su CA-AKI, procedure vascolari e preservazione renale.